elegante, e l'attendente di Sua Eccellenza gli disse, con quella particolare noncuranza con cui parlano gli attendenti dei comandanti in capo ai semplici ufficiali:
«Che cosa? Sua Eccellenza Serenissima? Probabilmente arriverà fra poco. Voi che cosa volete?»
Il tenente colonnello degli ussari sogghignò fra i baffi, al tono dell'attendente: smontò dal cavallo, passò le briglie all'ordinanza, e si avvicinò a Bolkonskij, facendo un leggero inchino. Bolkonskij si scostò per fargli posto sulla panca. Il tenente colonnello degli ussari si sedette accanto a lui.
«Anche voi aspettate il comandante in capo?» domandò. «Dicono che è accessibile a tutti, gvazie a Dio.
Con i mangiatovi di salsicce che c'evano pvima, invece, eva un guaio! Non pev niente Evmolov ha chiesto di diventav tedesco. Adesso fovse anche i vussi potvanno pavlave. Pevhé pvima lo sa il diavolo che cosa combnavano. Sempve si vitivavano, si vitivavano. Voi avete pavtecipato alla campagna?» domandò infine.
«Ho avuto il piacere,» rispose il principe Andrej, «non solo di prender parte alla ritirata, ma anche di perdere in questa ritirata tutto quello che avevo di caro, per non parlare dei possedimenti e della casa paterna... mio padre, che è morto di crepacuore. Io sono di Smolensk.»
«Ah... Ma voi siete il pvincipe Bolkonskij? Molto lieto di conoscevvi; tenente colonnello Denisov, più noto sotto il nome di Vas'ka,» disse Denisov stringendo la mano del principe Andrej e fissandolo con un'attenzione particolarmente benevola. «Sì, l'avevo sentito,» soggiunse con simpatia e, dopo esser rimasto un poco in silenzio, continuò: «Ecco dunque la guevva scitica. Cosa bellissima vevo? Ma non pev quelli che