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devono pagave di pevsona. Sicché voi siete il pvincipe Andvej Bolkonskij?» E scosse la testa. «Molto lieto, pvincipe, molto lieto di conoscevvi!» ripeté ancora, stringendogli la mano con un sorriso triste.   
   Il principe Andrej conosceva Denisov dai racconti di Nataša sul suo primo pretendente. Questo ricordo lo trasportò, con un senso di dolcezza e di dolore, a quelle tormentose esperienze a cui, ormai da un pezzo, non pensava più, ma che tuttavia persistevano nel suo animo. Negli ultimi tempi, erano state tante, e tanto gravi, le impressioni d'altro genere, come l'abbandono di Smolensk, la sua visita a Lysye Gory, la recente notizia della morte del padre, erano state tante le impressioni di cui era stato colpito, che quei ricordi già da molto tempo non gli si affacciavano più alla memoria, e, quando vi tornavano, non avevano, su di lui, l'intensità di prima. Anche per Denisov quella serie di ricordi, suscitata dal nome di Bolkonskij, sorgeva da un passato lontano e poetico, dal giorno in cui, dopo quella cena e quel canto di Nataša, senza sapere neanche lui perché, aveva fatto una dichiarazione d'amore a una fanciulla quindicenne. Al ricordo di quei tempi e del suo amore per Nataša, ebbe un sorriso, e poi tornò subito con la mente a ciò che in quel momento lo interessava in modo appassionato ed esclusivo. Si trattava di un piano strategico sul quale egli aveva meditato mentre prestava servizio negli avamposti durante la ritirata. Aveva già presentato questo suo piano a Barclay de Tolly e ora intendeva presentarlo a Kutuzov. Il piano era imperniato sul presupposto che la linea d'operazione dei francesi fosse troppo estesa e che, quindi, invece di agire sulle prime linee per sbarrare la strada ai francesi, anche facendolo, bisognasse agire sui loro collegamenti. E incominciò a spiegare il suo piano al principe Andrej.   
   «Non possono, assolutamente, teneve tutta questa linea. È, impossibile.

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