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disinvolto sorriso a Kajsarov. «Sto cercando di spiegare al conte la posizione. È sorprendente come Sua Altezza Serenissima abbia saputo intuire le intenzioni dei francesi!»   
   «Parlate del fianco sinistro?» disse Kajsarov.   
   «Sì, sì, precisamente. Il nostro fianco sinistro adesso è molto, molto forte.»   
   Sebbene Kutuzov avesse mandato via dallo Stato Maggiore tutti gli ufficiali inutili. Boris, anche dopo i cambiamenti operati da Kutuzov, aveva saputo mantenersi al quartier generale. Era alle dipendenze del conte Bennigsen. Il conte Bennigsen, come tutti coloro presso cui Boris era stato al servizio, considerava il giovane principe Drubetskoj un uomo impagabile.   
   Nel comando dell'esercito esistevano due partiti ben netti e circoscritti: il partito di Kutuzov e il partito di Bennigsen, il capo dello Stato Maggiore. Boris faceva parte di questo secondo partito e nessuno, come lui, sapeva far sentire, pur mostrando un rispetto servile per Kutuzov, che il vecchio valeva poco e che tutte le operazioni di guerra erano condotte da Bennigsen. Era giunto, ora, il momento decisivo della battaglia, destinato o ad annientare Kutuzov e dare il potere a Bennigsen, oppure (anche se Kutuzov avesse vinto la battaglia) a far sentire che tutto era stato fatto da Bennigsen. In ogni caso, l'indomani dovevano essere distribuite grandi ricompense e promossi uomini nuovi. E per questo Boris, sin dalla mattina, si trovava in uno stato di eccitazione.   
   Dopo Kajsarov vennero a salutare Pierre altri conoscenti, ed egli non faceva in tempo a rispondere alle domande su Mosca di cui lo tempestavano, come non faceva in tempo ad ascoltare i racconti che via via gli facevano.

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