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hanno ciò che è indispensabile per domani, quello che ha Timochin. Loro gli hanno dato tutta l'Europa e sono venuti a insegnare a noi, bei maestri!» stridette di nuovo la sua voce.   
   «Sicché voi pensate che la battaglia di domani sarà vinta?» disse Pierre.   
   «Sì, sì,» disse distrattamente il principe Andrej. «Una cosa sola farei se ne avessi il potere,» riprese poi, «non prenderei prigionieri. Che significano i prigionieri? Questo è spirito cavalleresco. I francesi hanno devastato la mia casa e vanno a devastare Mosca, e mi hanno offeso e mi offendono a ogni secondo. Sono miei nemici, sono tutti delinquenti secondo il mio modo di vedere. E così la pensano Timochin e tutto l'esercito. Bisogna punirli con la morte. Se sono miei nemici, non possono essere amici, qualunque cosa abbiano detto a Tilsitt.»   
   «Sì, sì,» esclamò Pierre, guardando con occhi scintillanti il principe Andrej, «io sono completamente, completamente d'accordo con voi!»   
   Quel problema che sull'altura di Možajsk e durante tutto quel giorno aveva assillato Pierre, ora gli sembrava perfettamente chiaro e completamente risolto. Ora aveva capito tutto il significato e tutta l'importanza di quella guerra e dell'imminente battaglia. Tutto ciò che aveva veduto quel giorno, tutte le significative severe espressioni dei visi che aveva veduto di sfuggita si illuminarono per lui di una luce nuova. Capì tutto il calore latente, come si dice in fisica, del patriottismo che c'era in tutte le persone che aveva veduto e che gli spiegava perché quelle persone si preparassero così tranquillamente e, in apparenza, con calma alla morte.   
   «Non prendere prigionieri,» proseguì il principe Andrej. «Soltanto questo cambierebbe tutta la guerra e la renderebbe meno crudele. E noi

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