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Beausset.   
   Ma, benché Napoleone sapesse che de Beausset doveva dire quella frase o qualcosa del genere, benché nei suoi momenti di lucidità sapesse che questo non era vero, tuttavia sentir questo gli faceva piacere. E di nuovo lo degnò di una toccatina all'orecchio.   
   «Je suis fâché de vous avoir fait faire tant de chemin,» disse.   
   «Sire, je ne m'attendais pas à moins qu'à vous trouver aux portes de Moscou,» disse de Beausset.   
   Napoleone sorrise e, sollevando con fare distratto il capo, guardò a destra. Con un passo fluttuante, un aiutante di campo si avvicinò e porse una tabacchiera d'oro. Napoleone la prese.   
   «Sì, si è messa bene per voi,» disse avvicinando il naso alla tabacchiera aperta, «voi amate viaggiare e fra tre giorni vedrete Mosca. Di certo non vi aspettavate di vedere la capitale asiatica. Farete un viaggio piacevole.»   
   De Beausset s'inchinò, riconoscente di quest'attenzione (per il suo amore dei viaggi a lui ignoto sino a quel momento).   
   «Ah! E questo cos'è?» disse Napoleone, accorgendosi che tutti i cortigiani guardavano l'oggetto nascosto sotto un panno.   
   Con destrezza cortigianesca, senza mostrargli la schiena, de Beausset fece una mezza giravolta e due passi indietro, e nello stesso istante tolse il panno ed esclamò:   
   «Un dono dell'imperatrice a Vostra Maestà.»   
   Era un ritratto, dipinto a vivaci colori da Gérard, del bambino nato da Napoleone e dalla figlia dell'imperatore d'Austria, che tutti, chissà perché, chiamavano re di Roma.   
   Il bambino, assai bello e ricciuto, con uno sguardo somigliante allo

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