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il giorno prima, giaceva un soldato, immobile, coricato di traverso alle file dei mucchi di fieno, con la testa voltata goffamente e il chepì a terra.   
   «E questo perché non l'hanno trasportato via?» cominciò a dire Pierre; ma, vedendo il viso severo dell'aiutante che si era voltato dalla stessa parte, tacque subito.   
   Pierre non trovò il suo palafreniere e seguì a cavallo, giù lungo il valloncello, l'aiutante verso il tumulo di Raevskij. Il cavallo di Pierre restava indietro rispetto a quello dell'aiutante, facendolo sussultare ritmicamente.   
   «A quanto pare, conte, non siete abituato ad andare a cavallo?» disse l'aiutante.   
   «No, perché? Ma questo fa dei gran salti,» disse, un po' perplesso, Pierre.   
   «Eeh!... ma è ferito,» disse l'aiutante, «la zampa anteriore destra, sopra il ginocchio. Una fucilata, si capisce. Mi congratulo con voi, conte,» disse, «le baptême de feu.»   
   Procedendo fra il fumo, in mezzo al VI corpo d'armata, dietro l'artiglieria che, spostata in avanti, sparava stordendo tutti con i suoi tiri, essi giunsero a un piccolo bosco. Nel bosco c'era frescura, silenzio e odore d'autunno. Pierre e l'aiutante smontarono da cavallo e salirono a piedi l'altura.   
   «È qui il generale?» domandò l'aiutante avvicinandosi al tumulo.   
   «Era qui adesso, è andato in là,» gli risposero, indicando a destra.   
   L'aiutante si voltò a guardare Pierre come se non sapesse che farsene di lui, adesso.   
   «Non preoccupatevi,» disse Pierre. «Andrò sul tumulo, si può?»   

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