indietro,» dissero, indicando al di là del bastione.
«Bada ai fatti tuoi!» gli gridò un vecchio sottufficiale. «Se sono andati indietro, significa che dietro c'è da fare.» E il sottufficiale, afferrato per una spalla uno di quei soldati, gli diede una spinta con il ginocchio. Si udì uno scroscio di risa.
«Al quinto cannone, spingetelo!» gridarono da un'altra parte.
«Tutti insieme, diamoci sotto, come i tiratori,» si sentirono gridare allegramente quelli che cambiavano posto al cannone.
«Ah, al nostro signore per poco non gli ha portato via il cappello,» disse a Pierre il burlone dalla faccia rossa, facendosi beffe di lui e mostrando i denti. «Eh, balorda!» aggiunse con rimprovero, rivolgendosi a una palla che era piombata su una ruota e sulla gamba di un uomo.
«Ehi, volpi che siete!» gridò un altro ai soldati che salivano sulla batteria per prendere i feriti e si chinavano sotto i tiri.
«Ehi, non è gustosa la zuppa? Ah, corvi, vi siete rincoglioniti?» gridavano ai soldati che indugiavano davanti al soldato con la gamba mozzata.
«No, no, bello mio,» dicevano sfottendo i contadini. «Non gli piace, eh?»
Pierre notò che dopo ogni palla che cadeva, dopo ogni perdita umana, l'animazione generale si ravvivava sempre più.
Come da una nube di uragano che si avvicina, sui visi di tutti quegli uomini (e come in contrasto a quanto succedeva) sempre più frequenti e sempre più luminosi si accendevano i lampi di un fuoco nascosto che divampava in loro.
Pierre non guardava davanti a sé, verso il campo di battaglia, e non si interessava di sapere che cosa vi accadesse: era tutto assorto nella