presentava un numero infinito di eventualità sfortunate, e egli se le aspettava tutte. Sì, era come in sogno, quando a un uomo appare un malfattore che lo aggredisce, e l'uomo in sogno si avventa e colpisce il malfattore con quello sforzo terribile che, egli lo sa, deve annientarlo, e sente invece che il suo braccio ricade impotente e fiacco come uno straccio, e il terrore di un'irrimediabile fine s'impossessa allora dell'uomo inerme.
La notizia che i russi attaccavano il fianco sinistro dell'esercito francese suscitò in Napoleone questo terrore. Egli stava seduto, senza parlare, ai piedi del tumulo sulla sedia pieghevole, col capo chino e i gomiti appoggiati sulle ginocchia. Berthier gli si avvicinò e gli propose di percorrere la linea per rendersi conto di quale fosse la situazione.
«Cosa? Che cosa dite?» chiese Napoleone. «Sì, ordinate che mi portino il cavallo.»
Montò in sella e si diresse verso Semënovskoe.
Lungo tutta l'estensione di terreno che Napoleone percorse a cavallo, in mezzo al fumo della polvere da sparo che lentamente si dissolveva, giacevano in pozze di sangue cavalli e uomini, isolati e a gruppi. Né Napoleone, né alcuno dei suoi generali avevano finora mai visto un simile orrore, una simile quantità di morti in uno spazio così piccolo. Il rombo dei cannoni, che continuava ininterrottamente da dieci ore e torturava l'udito, conferiva un particolare significato a quello spettacolo (come la musica nei quadri viventi). Napoleone salì sull'altura di Semënovskoe e, attraverso il fumo, vide file di uomini in uniformi di colori inconsueti per i suoi occhi. Erano i russi.
I russi stavano a file compatte dietro Semënovskoe e al tumulo, e i loro cannoni rimbombavano e fumavano senza posa lungo il loro