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cavallo si comunicò agli uomini.   
   «A terra!» gridò la voce dell'aiutante che già si era steso al suolo.   
   Il principe Andrej rimase in piedi, indeciso. La granata roteava fumando, come una trottola, fra di lui e l'aiutante disteso a terra, sull'orlo del campo e del prato, vicino a un cespuglio d'assenzio.   
   «Possibile che sia la morte?» pensò il principe Andrej guardando con uno sguardo assolutamente nuovo e invidioso l'erba, l'assenzio e la striscia di fumo che si avvolgeva uscendo dalla nera palla roteante. «lo non posso, non voglio morire, io amo la vita, amo questa erba, la terra, l'aria...» Pensava a questo e nello stesso tempo si ricordò che lo stavano guardando.   
   «Vergogna, signor ufficiale!» disse all'aiutante. «Che...» ma non terminò la frase.   
   Nello stesso istante si udì uno scoppio, come un tintinnio di vetri infranti, l'odore soffocante della polvere, e il principe Andrej fu proiettato da una parte; e, sollevando in aria un braccio, cadde bocconi.   
   Alcuni ufficiali corsero verso di lui. Dalla parte destra del ventre si allargava sull'erba una grande macchia di sangue.   
   Chiamati, i militi si fermarono con la barella dietro gli ufficiali. Il principe Andrej giaceva bocconi, il volto abbandonato fra l'erba, e respirava con un rantolo affannoso.   
   «Be', perché state lì fermi, venite qui!»   
   I contadini si avvicinarono e lo presero per le spalle e per le gambe, ma egli emise un gemito doloroso e, guardandosi fra loro, i contadini lo deposero di nuovo a terra.   
   «Sollevatelo, adagiatelo, tanto è lo stesso!» gridò una voce.   
   Lo sollevarono per le spalle e lo deposero sulla barella.   

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