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qualcosa di straordinario, il visconte strinse le spalle e abbassò gli occhi mentre lei gli si sedeva davanti e illuminava anche lui di quel suo immutabile sorriso.   
   «Madame, je crains pour mes moyens devant un pareil auditoire,» disse il visconte sorridendo e piegando la testa da un lato.   
   La principessina appoggiò il suo braccio nudo e tornito al tavolino e non ritenne necessario dir qualcosa. Sorridendo, aspettava. Per tutto il tempo del racconto restò a sedere eretta, lanciando di tanto in tanto uno sguardo ora al proprio braccio tornito che posava con leggerezza sul tavolo, ora al seno ancor più bello, sul quale badava ad aggiustare il vezzo di brillanti; assestò varie volte le pieghe dell'abito e, quando il racconto produceva sensazione, si voltava a guardare Anna Pavlovna e tosto assumeva la stessa espressione che aleggiava sul volto della damigella d'onore per poi ricomporsi nel suo raggiante sorriso. Seguendo Hélène, si avvicinò anche la piccola principessina Bolkonskaja, lasciando il tavolino del tè.   
   «Attendez-moi, je vais prendre mon ouvrage,» disse. «Voyons, à quoi pensez vous?» aggiunse poi, rivolta al principe Ippolit. «Apportez-moi mon ridicule.»   
   La principessina, sorridendo e parlando con tutti, causò un'improvvisa interruzione e, sedendosi, si accomodò l'abito con gesti vivaci.   
   «Adesso sto bene,» disse e, chiedendo che si proseguisse, si accinse al suo lavoro.   
   Il principe Ippolit le portò il ridicule, le passò alle spalle e, avvicinata una sedia, le si sedette accanto.   
   Le charmant Hippolyte colpiva per la sua straordinaria somiglianza con la bellissima sorella, e ancor di più perché, nonostante questa

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