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somiglianza, era di una bruttezza singolare. I lineamenti del suo viso erano gli stessi della sorella, ma in lei tutto si illuminava di quel costante sorriso così pieno di gioia di vivere, così contento di sé, così fresco e giovane, e dalla statuaria, eccezionale bellezza del corpo. Nel fratello, al contrario, lo stesso viso era reso opaco dall'espressione idiota, e costantemente atteggiato a un presuntuoso malumore, mentre il corpo appariva gracile e floscio. Gli occhi, il naso, la bocca, tutto gli si contraeva in una sorta di vaga smorfia annoiata, mentre le braccia e le gambe assumevano sempre una posizione innaturale.   
   «Ce n'est pas une histoire de revenants?» disse lui, dopo essersi seduto accanto alla principessina e aver frettolosamente applicato agli occhi la lorgnette, come se non potesse cominciare a parlare senza prima ricorrere a quell'oggetto.   
   «Mais non, mon cher,» disse stupito il narratore, stringendosi nelle spalle.   
   «C'est que je déteste les histoires de revenants,» disse il principe Ippolit; e dal suo tono si capì che prima aveva pronunciato quelle parole e poi ne aveva compreso il significato.   
   A causa della presunzione con la quale parlava nessuno comprese se ciò che aveva detto fosse molto intelligente oppure molto stupido. Indossava un frac verde scuro, pantaloni color cuisse de nymphe effrayée - come diceva lui - calze e scarpine.   
   Il vicomte raccontò con molto garbo un aneddoto che allora circolava, secondo il quale il duca d'Enghien sarebbe andato segretamente a Parigi per un abboccamento con M.lle George, e là si sarebbe imbattuto nel Bonaparte, il quale godeva del pari le grazie della famosa attrice; Napoleone, trovatosi di fronte il duca, aveva avuto uno di quegli

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