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   Nell'esercito russo, man mano che indietreggia, cresce l'odio contro il nemico; con la ritirata, esso si concentra e aumenta. A Borodino si svolge la battaglia. Né l'uno né l'altro dei due eserciti si disgrega: immediatamente dopo lo scontro l'esercito russo si ritira con la stessa necessarietà con cui rimbalza una biglia urtandone un'altra che la investa con maggiore forza d'impulso: e altrettanto necessariamente (sebbene abbia perduto tutta la sua energia nello scontro) la biglia dell'invasione, dotata di quella maggiore forza d'impulso, continua a rotolare per un certo tratto.   
   I russi si ritirano di centoventi verste oltre Mosca; i francesi arrivano a Mosca e qui si fermano. Per la durata di cinque settimane non si verifica più nessuno scontro. I francesi non si muovono. Come una belva mortalmente ferita che, perdendo sangue, si lecca le ferite, restano per cinque settimane a Mosca senza fare una mossa e d'un tratto, benché non sia successo niente di nuovo, fuggono indietro: si buttano sulla strada di Kaluga (e ciò nonostante una vittoria, perché anche a Malojaroslavec il campo di battaglia è rimasto nelle loro mani), senza ingaggiare nessun altro serio combattimento, fuggono indietro ancora più velocemente fino a Smolensk, oltre Smolensk, oltre Vilno, oltre la Berezina e più avanti ancora.   
   La sera del 26 agosto, sia Kutuzov che tutto l'esercito russo erano convinti che la battaglia di Borodino fosse stata per loro una vittoria. Così Kutuzov aveva scritto all'imperatore. Kutuzov aveva anche ordinato di prepararsi a una nuova battaglia per sbaragliare definitivamente il nemico, non già perché volesse ingannare qualcuno, ma perché era convinto che il nemico era stato sconfitto, così come ne era convinto chiunque avesse partecipato alla battaglia.   

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