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   Ma quella stessa sera e il giorno seguente cominciarono a giungere, una dopo l'altra, notizie di perdite inaudite, della perdita di un'intera metà dell'esercito, e una nuova battaglia si dimostrò fisicamente impossibile.   
   Non si poteva dare battaglia finché non si erano ancora raccolte tutte le informazioni, non erano stati portati via i feriti, rifornite le munizioni, contati i morti, nominati nuovi comandanti al posto di quelli uccisi; né gli uomini avevano ancora mangiato e dormito.   
   Eppure, subito dopo la battaglia, il mattino seguente, l'esercito francese (grazie a quella forza d'impulso che cresceva, si sarebbe detto, in rapporto inverso al quadrato delle distanze) già si muoveva, come automaticamente, contro l'esercito russo. Kutuzov avrebbe voluto attaccare il giorno dopo, e tutto l'esercito lo voleva. Ma per attaccare non bastava il desiderio di farlo; era necessario che ci fosse la possibilità di farlo, e questa possibilità non c'era. Era impossibile non indietreggiare di una tappa di marcia; poi, allo stesso modo, fu impossibile non ritirarsi di una seconda e di una terza tappa, e, infine, il I° settembre, quando l'esercito si trovò nei pressi di Mosca, per quanto grande fosse la forza dei sentimenti maturati nelle file dell'esercito, la forza delle cose impose che quelle truppe indietreggiassero oltre Mosca. E le truppe si ritirarono ancora di un'ultima tappa e cedettero Mosca al nemico.   
   A chi è abituato a pensare che i piani delle guerre e delle battaglie vengono compilati dai comandanti nello stesso modo in cui ciascuno di noi, standosene nel suo studio dinanzi a una carta geografica, immagina e riflette come si regolerebbe in un determinato combattimento, si presentano vari interrogativi: perché Kutuzov nella ritirata non abbia agito in questo e in quest'altro modo, perché non abbia assunto una posizione prima di Fili, perché non si sia ritirato subito sulla strada di

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