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assurdità. La faccia di Kutuzov si faceva sempre più preoccupata e mesta. Da tutti quei discorsi Kutuzov vedeva chiara una cosa sola: non c'era nessuna possibilità materiale, nel vero senso di questa parola, di difendere Mosca; vale a dire che la cosa era impossibile a tal punto che, se un qualsiasi comandante in capo impazzito avesse dato l'ordine di ingaggiare battaglia, si sarebbe prodotta un'enorme confusione, ma la battaglia non ci sarebbe stata; e non ci sarebbe stata perché tutti i comandanti non solo la consideravano impossibile dalla posizione attuale, ma nei loro discorsi discutevano soltanto di ciò che sarebbe successo dopo l'indubbio abbandono di tale posizione. Come potevano dunque dei comandanti condurre le loro truppe su un campo di battaglia che ritenevano impossibile? I comandanti inferiori, persino i soldati (anch'essi infatti ragionano) consideravano ugualmente impossibile la posizione e dunque non potevano andare a battersi con la certezza di essere sconfitti. Se Bennigsen insisteva sulla difesa di quella posizione e anche altri ne discutevano, la questione in sé non aveva alcun senso, oppure l'aveva solamente come pretesto di discussioni e intrighi. Questo capiva Kutuzov.   
   Bennigsen, che aveva scelto la posizione, faceva grande sfoggio del suo patriottismo russo (cosa che Kutuzov non poteva sopportare) e insisteva sulla difesa di Mosca. Kutuzov vedeva chiaro come il giorno lo scopo di Bennigsen: nel caso fosse fallita la difesa avrebbe scaricato tutta la colpa su Kutuzov che aveva portato le truppe fino alle Vorob'ëvye Gory senza combattere; in caso di successo, se ne sarebbe attribuito il merito; e, in caso di rifiuto, si sarebbe lavato dall'onta d'aver abbandonato Mosca. Ma questo intrigo, adesso, non interessava al vecchio. Un solo terribile problema lo interessava. E da nessuno sentiva una risposta adeguata. La questione, per lui, adesso consisteva solamente in questo:

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