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come, del resto, parlavano tutti), con rapidi gesti delle mani, stava dicendo qualcosa a Barclay. Il piccolo tondo Dochturov ascoltava attentamente con le sopracciglia inarcate e con le mani incrociate sul ventre. Dall'altra parte sedeva il conte Esterman-Tolstoj, appoggiando su una mano la larga testa dai tratti marcati e dagli occhi splendenti, e sembrava profondamente immerso nelle sue riflessioni. Raevskij sbirciava ora Kutuzov, ora la porta d'entrata, con un'espressione d'impazienza, mentre con gesto abituale andava arricciando i neri capelli sulle tempie. La faccia di Konovnitsyn, buona, salda, piacevole, era illuminata da un affabile e furbo sorriso. Aveva incontrato lo sguardo di Malaša e le faceva con gli occhi dei segni che costringevano la bambina a sorridere.   
   Tutti aspettavano Bennigsen, che stava terminando il suo gustoso pranzo con il pretesto di una nuova ricognizione delle posizioni. Lo aspettarono dalle quattro alle sei e fino ad allora dovettero rinunciare a dare inizio al consiglio, e continuare a discutere con voce sommessa, di argomenti marginali.   
   Solamente quando nell'izba entrò Bennigsen, Kutuzov si spostò dal suo angolo e si avvicinò al tavolo; ma non tanto perché la sua faccia venisse illuminata dalle candele che erano state collocate sul tavolo.   
   Bennigsen aprì il consiglio con la domanda: «Abbandonare senza combattere l'antica e sacra capitale della Russia, oppure difenderla?» Seguì un lungo silenzio generale. Tutte le facce si accigliarono e nel silenzio si udivano lo scatarrare iroso e il tossire di Kutuzov. Tutti gli sguardi erano puntati su di lui. Anche Malaša guardava il nonno. Lei gli stava più vicina di tutti e vedeva la sua faccia raggrinzirsi in una smorfia: sembrava che il nonno stesse per piangere. Ma durò poco.   
   «L'antica e sacra capitale della Russia!» disse d'un tratto, ripetendo

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