irosamente le parole di Bennigsen e mettendone in rilievo il tono falso. «Permettetemi di dirvi, eccellenza, che questa questione non ha senso per i russi (si lasciò cadere avanti con il suo corpo pesante). Una simile questione non si può porre e non ha senso. Il motivo per cui ho pregato questi signori di radunarsi è di natura militare. Il quesito è questo: "La salvezza della Russia sta nell'esercito. Conviene più rischiare la perdita dell'esercito e di Mosca, accettando battaglia, o cedere Mosca senza combattere?" Ecco la questione sulla quale desidero conoscere i vostri pareri.» (E si lasciò cadere indietro sullo schienale della poltrona).
Cominciò la discussione. Bennigsen non considerava ancora perduta la partita. Ammettendo l'opinione di Barclay e degli altri circa l'impossibilità di accettare una battaglia difensiva sotto Fili, e intanto fremendo tutto di patriottismo russo e di amore per Mosca, proponeva di spostare nella notte le truppe sul fianco sinistro e di piombare, il giorno dopo, sull'ala destra dei francesi. Le opinioni si fecero discordi, nacquero dispute a favore e contro tale proposta. Ermolov, Dochturov e Raevskij erano d'accordo con Bennigsen. Sia che fossero guidati dal sentimento della necessità di un sacrificio prima di abbandonare Mosca, sia che lo fossero da altre considerazioni personali, fatto sta che quei generali sembravano non capire che il consiglio di guerra non poteva cambiare l'inevitabile corso degli eventi, e che Mosca era stata ormai abbandonata. Gli altri generali lo capivano e, lasciando da parte la questione di Mosca, parlavano della direzione che l'esercito avrebbe dovuto prendere nella ritirata. Malaša, che non staccava un attimo lo sguardo da ciò che s'andava svolgendo davanti a lei, interpretava in modo ben diverso il significato di quel consiglio di guerra. A lei sembrava che tutto si riducesse a una lotta personale fra il «nonno» e «l'uomo con la