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giubba lunga», come lei chiamava Bennigsen. Vedeva che si arrabbiavano quando parlavano fra di loro e in cuor suo teneva dalla parte del «nonno». Nel bel mezzo della conversazione, notò uno sguardo rapido, malizioso, lanciato dal nonno a Bennigsen e, subito dopo, con grande gioia, che il nonno, dicendo qualcosa all'uomo dalla giubba lunga, lo aveva messo a posto: tutt'a un tratto Bennigsen si fece rosso in volto e si mise a passeggiare, rabbiosamente, su e giù per la stanza. Le parole che avevano avuto tanto effetto su Bennigsen erano quelle con cui, tranquillamente e sottovoce, Kutuzov aveva espresso la propria opinione in merito ai vantaggi e agli svantaggi della proposta di Bennigsen: trasferire nottetempo le truppe dal fianco destro a quello sinistro e attaccare l'ala destra dei francesi.   
   «Io, signori,» disse Kutuzov, «non posso approvare il piano del conte. Le conversioni di truppe nell'immediata vicinanza del nemico sono sempre pericolose e la storia militare lo conferma. Così, per esempio... (Kutuzov si fermò a riflettere, cercando l'esempio e nello stesso tempo, con uno sguardo luminoso e ingenuo, fissava Bennigsen). Ecco, anche la battaglia di Friedland, che penso il conte ricordi bene... non ha avuto pieno successo soltanto perché le nostre truppe hanno cambiato schieramento a troppa breve distanza dal nemico...»   
   Seguì un minuto di silenzio, che a tutti parve assai lungo.   
   Le discussioni ripresero, ma le pause si fecero sempre più frequenti, e si aveva l'impressione che ormai non ci fosse più nulla da dire.   
   Durante una di queste pause, Kutuzov sospirò profondamente come per prendere la parola. Tutti si voltarono verso di lui.   
   « Eh bien, messieurs! Je vois que c'est moi qui payerai les pots cassés,» disse. E, alzandosi lentamente, si avvicinò al tavolo. «Signori,

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