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ciò che lui voleva esprimere e si risolveva tutto il problema che lo tormentava.   
   «Sì, si tratta di attaccare, è tempo di attaccare.»   
   «Bisogna attaccare, è ora di attaccare, Eccellenza! Eccellenza!» ripeté una voce, «bisogna attaccare, è ora di attaccare...»   
   Era la voce dello staffiere, che svegliava Pierre. Il sole batteva in pieno sul viso di Pierre. Egli diede uno sguardo al fangoso cortile della locanda, in mezzo al quale, accanto al fosso, alcuni soldati abbeveravano i loro magri cavalli mentre dal portone uscivano i carri. Si voltò con disgusto e, chiusi gli occhi, ricadde rapidamente sul sedile della carrozza. «No, non è questo che voglio, non è questo che voglio vedere e capire; io voglio capire ciò che mi si è rivelato in sogno. Ancora un attimo e avrei capito tutto. Ma che cosa devo fare? Mettere tutti d'accordo. Ma come?» E Pierre sentì con orrore che tutto il significato di quanto aveva visto e pensato in sogno era andato perso, era svanito nel nulla.   
   Lo staffiere, il cocchiere e il portiere gli raccontarono che un ufficiale era giunto con la notizia che i francesi si erano avvicinati a Možajsk e i nostri si ritiravano.   
   Pierre si alzò e, dopo aver dato ordine di attaccare la carrozza e di raggiungerlo, si avviò a piedi attraverso la città.   
   Le truppe si ritiravano lasciando circa diecimila feriti. Si vedevano i feriti nei cortili e alle finestre delle case, altri si affollavano nelle strade. Di fuori, vicino ai carri che dovevano trasportare i feriti, si udivano grida, imprecazioni e colpi. Pierre offrì la sua carrozza, che intanto l'aveva raggiunto, a un generale ferito di sua conoscenza e partì insieme con lui alla volta di Mosca. Per via seppe della morte di suo

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