quadri tolti dalle pareti. Nelle camere c'erano ovunque bauli, mucchi di paglia, carta da imballaggio e corde. I contadini e i domestici che trasportavano la roba camminavano a passi pesanti sul parquet. In cortile si ammassavano i carri dei contadini, alcuni già stracarichi e legati, altri ancora vuoti.
Le voci e i passi dell'enorme quantità di domestici e di contadini arrivati coi carri, che si chiamavano a vicenda, echeggiavano nella casa e nel cortile. Il conte era uscito fin dal mattino. La contessa, che aveva una forte emicrania per il trambusto e il rumore, stava sdraiata nella nuova stanza dei divani con delle compresse imbevute d'aceto sulla fronte. Petja non era in casa (era andato a trovare un compagno con il quale aveva intenzione di passare dalla milizia all'esercito attivo). Sonja, in salone, presenziava all'imballaggio della cristalleria e delle porcellane. Nataša era seduta sul pavimento della sua camera vuota, fra abiti, sciarpe e nastri sparsi dappertutto e, guardando fisso davanti a sé, teneva fra le mani un vecchio abito da ballo, lo stesso abito (ormai vecchio a giudicare dalla foggia) che aveva indossato per il suo primo ballo a Pietroburgo.
Nataša si vergognava di non rendersi utile mentre tutti erano così occupati, e più d'una volta aveva tentato di far qualcosa, ma non se la sentiva di lavorare; e d'altronde non sapeva né poteva far nulla se non mettendoci tutta l'anima, tutte le forze. Era restata per un po' vicino a Sonja quando imballavano le porcellane, avrebbe voluto dare una mano; ma ben presto aveva piantato tutto in asso e si era ritirata in camera a sistemare la sua roba. All'inizio si divertì a riporre abiti e nastri, ma poi quando dovette imballare anche il resto cominciò ad annoiarsi.
«Dunjaša, cara, ci pensi tu per piacere? Sì? Sì?»
E quando Dunjaša di buona voglia, le promise di far tutto lei, Nataša