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si sedette in terra, prese in mano il vecchio abito da ballo e si mise a pensare, ma non certo a ciň che avrebbe dovuto interessarla in quel momento. La riscossero dai suoi pensieri il chiacchierio delle domestiche, nelle camere vicine, e il rumore di passi frettolosi dalle camere alla scala di servizio. Nataša si alzň e guardň dalla finestra. Nella strada si era fermato un enorme convoglio di feriti.   
   Le cameriere, i camerieri, la guardarobiera, la njanja, il cuoco, i cocchieri, gli staffieri, gli sguatteri stavano sulla porta e guardavano i feriti.   
   Nataša, gettandosi sui capelli un fazzoletto bianco e tenendolo con tutt'e due le mani per le cocche, uscě in strada.   
   L'ex guardarobiera, la vecchia Mavra Kuzminična, s'era staccata dalla folla che premeva davanti al portone e, avvicinatasi a un carro sul quale, a mo' di cappotta, c'era un riparo di stuoie, stava discorrendo con un giovane ufficiale pallido che vi era coricato. Nataša si accostň di alcuni passi e poi si fermň timidamente, continuando a tenere il suo fazzoletto e ascoltando ciň che diceva la guardarobiera.   
   «Ma voi, dunque non avete nessuno a Mosca?» diceva Mavra Kuzminična. «Stareste piů tranquillo in una casa, presso un privato... Da noi, per esempio, i signori partono.»   
   «Non so se lo permetteranno,» disse l'ufficiale con voce fioca. «Ecco il mio comandante... domandateglielo» e indicň un grasso maggiore che stava tornando indietro per la strada, lungo la fila dei carri.   
   Con occhi spauriti Nataša guardň il volto dell'ufficiale ferito e poi subito si fece incontro al maggiore.   
   «Possono fermarsi in casa nostra i feriti?» domandň.   
   Il maggiore sorrise e portň la mano alla visiera.   

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