della stanza dei divani, dalla quale veniva odor d'aceto e di gocce di Hoffmann.
«Dormite, mammina?»
«Ah, come si fa a dormire!» disse, svegliandosi di colpo, la contessa che si era assopita proprio allora.
«Mammina, tesoro...» disse Nataša, mettendosi in ginocchio davanti alla madre e accostando il viso stretto stretto al viso di lei. «Ho sbagliato, scusatemi, non lo farò più, vi ho svegliata... È stata Mavra Kuzminièna a mandarmi qua: hanno portato dei feriti, degli ufficiali, voi permettete? Altrimenti non sanno dove andare; io lo so già che voi siete d'accordo...» disse rapidamente, senza riprender fiato.
«Ma quali ufficiali? Chi hanno portato? Non ci capisco niente,» esclamò la contessa.
Nataša scoppiò a ridere; anche la contessa ebbe un debole sorriso.
«Sapevo che avreste acconsentito... allora io glielo vado a dire.»
E Nataša, dato un bacio alla madre, si alzò e si avviò alla porta.
In salone incontrò suo padre che rientrava da fuori con brutte notizie.
«Abbiamo indugiato troppo!» esclamò il conte con involontario disappunto. «Anche il club è chiuso e la polizia se ne va.»
«Papà, ho invitato i feriti in casa, fa niente, vero?» gli disse Nataša.
«Certo, certo, non fa niente,» disse distrattamente il conte. «Non è di questo che si tratta, ma adesso vi prego di non occuparvi di sciocchezze e di aiutare a fare i bagagli, e domani partire, partire, partire!...» E il conte ripeté al maggiordomo e alla servitù lo stesso ordine. A pranzo, Petja raccontò anche lui le sue novità.