una sorpresa. Ho visto da voi tanti di quei contadini in cortile. Datamene uno per piacere, io gli darò una bella mancia e...»
Il conte si accigliò e tossicchiò.
«Chiedetelo alla contessa, non sono io che dà gli ordini.»
«Se vi crea difficoltà, vi prego, non fa niente,» disse Berg. «Volevo solo far piacere a Veruška.»
«Ah, andatevene tutti al diavolo, al diavolo, al diavolo e al diavolo!...» gridò il vecchio conte. «Mi fate girare la testa» e uscì dalla stanza.
La contessa si mise a piangere.
«Eh, sì, mammina, sono tempi molto duri!» disse Berg.
Nataša uscì insieme al padre e, come riflettendo faticosamente su qualcosa, dapprima gli andò dietro e poi, di corsa, scese al piano inferiore.
Sulla scalinata d'ingresso c'era Petja, occupato ad armare i domestici che sarebbero partiti con loro da Mosca. In cortile i carri, ancora carichi, erano sempre fermi. Solo due erano stati slegati e su uno stava salendo un ufficiale sorretto dall'attendente.
«Tu lo sai, il motivo?» domandò Petja a Nataša.
(Nataša capì che Petja voleva dire: perché avevano litigato il padre e la madre?) Non rispose.
«Perché il papà voleva dare tutti i carri ai feriti,» disse Petja. «Me l'ha detto Vasiliè. Secondo me...»
«Secondo me,» esclamò improvvisamente, quasi urlando, Nataša, volgendo a Petja il viso rosso di rabbia, «secondo me, questa è una tale bassezza, una tale infamia, una tale... non so! Siamo forse dei tedeschi?...»
La voce le tremò per i singhiozzi convulsi e lei, temendo di lasciare