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   «Mon cher, dai tu gli ordini necessari...Io di queste cose non mi intendo...» disse abbassando gli occhi con aria colpevole.   
   «I pulcini... i pulcini insegnano alla chioccia...» esclamò il conte piangendo di gioia e abbracciò la moglie, che fu contenta di nascondere sul petto di lui il viso vergognoso.   
   «Papà, mammina! Si può dare l'ordine? Si può?...» domandava Nataša. «Potremo ugualmente prendere le cose indispensabili...» aggiunse.   
   Il conte le fece un cenno d'assenso con il capo e Nataša, con quel passo agile e lesto con cui giocava a rincorrersi, attraversò di corsa il salone fino in anticamera, e poi giù per le scale fino in cortile.   
   I domestici si raccolsero intorno a Nataša e non riuscirono a credere allo strano ordine che impartiva finché il conte in persona non confermò, a nome di sua moglie, l'ordine di utilizzare tutti i carri per i feriti e di trasportare i bauli nei magazzini. Quando ebbero capito l'ordine, i domestici si accinsero ad eseguirlo con gioia febbrile. L'ordine, adesso, non solo non sembrava più tanto strano ai domestici, ma, al contrario, pensavano che non potesse essere altrimenti, proprio come un quarto d'ora prima nessuno trovava niente di strano nell'abbandonare lì i feriti e nel portare via la roba, e sembrava che non si potesse fare diversamente.   
   Tutta la servitù, come per scontare di non averlo fatto prima, si dedicò con ardente premura al nuovo lavoro di sistemazione dei feriti. Nella case vicine si sparse la voce che c'erano dei carri disponibili e i feriti che vi si trovavano cominciarono ad affluire nel cortile dei Rostov. Molti feriti chiedevano che non si scaricasse la roba e che li lasciassero, soltanto, mettersi su in cima. Ma, una volta cominciato, lo scarico dei carri non poteva più essere interrotto. Lasciare tutta la roba o soltanto la metà era lo stesso. Nel cortile adesso stavano sparpagliate

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