mentre quelli gli prendevano la mano e lo baciavano sulla spalla, lui dava loro dei leggeri colpetti sulla schiena, borbottando parole confuse, con tono affettuoso e incoraggiante. La contessa era andata nella stanza delle icone e Sonja la trovò lì in ginocchio davanti alle immagini rimaste qua e là sulla parete. (Le immagini più care per tradizione familiare erano state tolte: le portavano via con loro.)
Sull'ingresso e in cortile i domestici che partivano, con i pugnali e le spade di cui li aveva armati Petja, con i pantaloni infilati negli stivali, con cinghie e fasce ben strette alla vita, salutavano quelli che rimanevano.
Come avviene in ogni partenza, molte cose erano state dimenticate o non erano state sistemate a dovere e i due aiduki restarono a lungo accanto allo sportello della carrozza, ai due lati del predellino già calato, in attesa d'aiutare a salire la contessa, mentre le cameriere correvano con cuscini e fagotti dalla casa alle carrozze, alla vettura aperta, al calessino, e viceversa.
«Mai che facciano una cosa giusta!» disse la contessa. «Lo sai bene che io non posso star seduta a questo modo.»
E Dunjaša, a denti stretti e senza rispondere, con un'espressione di rimprovero sul viso, si slanciava nella carrozza e riaccomodava in un altro modo i cuscini.
«Ah, questa gente!» diceva il conte scuotendo la testa.
Il vecchio cocchiere Efim, l'unico col quale la contessa si fidasse a viaggiare, se ne stava seduto in cassetta, e non si voltava nemmeno a guardare quello che succedeva dietro di lui. Grazie a un'esperienza di trent'anni sapeva che non gli avrebbero detto ancora tanto presto «Andiamo con Dio!» e che, quando gliel'avessero detto, l'avrebbero fermato ancora