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un paio di volte e poi la contessa in persona si sarebbe affacciata al finestrino e l'avrebbe mandato a prendere delle cose dimenticate e poi l'avrebbero fermato ancora una volta per pregarlo, in nome di Dio, di essere prudente nelle discese. Lo sapeva bene, e così aspettava con più pazienza dei suoi cavalli (specialmente del baio di sinistra Sokol, che batteva con lo zoccolo e mordeva il morso). Finalmente tutti si sedettero; il predellino fu sollevato e ritirato dalla carrozza, lo sportello sbatté, mandarono a cercare una cassetta, la contessa si affacciò e disse quello che doveva. Allora Efim si tolse lentamente il berretto, e si fece il segno della croce. Il postiglione e tutti i domestici fecero lo stesso.   
   «Andiamo con Dio!» disse Efim rimettendosi il cappello. «Parti!»   
   Il postiglione dette il segnale di partenza. Il timoniere di destra premette sul pettorale, le alte molle stridettero e la cassa della carrozza traballò. Il lacché saltò a cassetta quando la vettura era già in moto. Nell'uscire dal cortile la carrozza sussultò sul selciato sconquassato; nello stesso modo sussultarono gli altri veicoli e il convoglio si avviò su per la strada in salita. Nelle carrozze, nel calesse e nel calessino tutti si fecero il segno della croce, rivolti alla chiesa che stava là di fronte. I domestici che rimanevano a Mosca camminavano ai due lati delle carrozze, accompagnandole per un breve tratto.   
   Di rado Nataša aveva provato una sensazione di gioia così intensa come quella che provava ora seduta in carrozza vicino alla contessa, mentre guardava i muri di quella Mosca abbandonata e in subbuglio che le passavano lentamente davanti agli occhi. Ogni tanto si affacciava al finestrino e spingeva lo sguardo indietro e avanti, al lungo convoglio di feriti che li precedeva. Quasi in testa a tutti gli altri veicoli scorgeva la cappotta chiusa della carrozza del principe Andrej. Lei non sapeva chi

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