accanto a un piccolo vecchietto senza barba che aveva l'aspetto di un cameriere. Il vecchietto si accorse che qualcuno si sporgeva a guardarli dalla carrozza e, sfiorato rispettosamente il gomito di Pierre, gli disse qualcosa indicando le vetture. Per un pezzo Pierre non riuscì a capire cosa gli volesse dire l'altro, tanto era immerso, evidentemente, nei suoi pensieri. Infine, quando capì, girò lo sguardo dove l'altro gli indicava e, riconosciuta Nataša, cedendo al primo impulso, si diresse verso la carrozza. Ma, fatti una decina di passi, dovette venirgli in mente qualcosa, e si fermò di colpo.
Il viso di Nataša, sporto fuori della carrozza, era raggiante di affetto misto a tenera ironia.
«Pëtr Kirillyc, venite! Vi abbiamo riconosciuto! È incredibile!» gridava tendendogli una mano. «Come mai? Perché siete vestito così?»
Pierre prese la mano che gli veniva tesa e, sempre camminando (perché la carrozza continuava a muoversi) la baciò in modo goffo.
«Che cosa vi succede, conte?» domandò con voce meravigliata e piena di commiserazione la contessa.
«Cosa mi succede? Perché? Non me lo chiedete,» disse Pierre e si voltò a guardare Nataša, il cui sguardo raggiante e felice (lui lo sentiva anche senza vederla in volto) attirava col suo enorme fascino.
«Ma che fate? Restate a Mosca, forse?»
Pierre tacque.
«A Mosca?» disse poi interrogativamente. «Sì, a Mosca. Addio.»
«Ah, come vorrei essere un uomo, resterei senz'altro con voi. Ah, com'è bello!» disse Nataša. «Mamma, mi lasciate?, io resto.»
Pierre guardò distrattamente Nataša e avrebbe voluto dire qualcosa, ma la contessa gli tolse la parola: