punto all'altro dell'arnia vuota. Dal foro di entrata non spira più, come prima, il profumo inebriante di miele e di veleno, non ne emana più il tepore dell'affollamento, ma all'odore del miele si mescola un sentore di vuoto e di marcio. Davanti all'apertura non ci sono più le guardiane pronte a morire per difenderla, coi posteriori eretti, le guardiane che suonano l'allarme. Non c'è più quel brusio regolare e sommesso, simile al rumore dell'ebollizione, del lavoro palpitante, ma si sente il rumore disordinato e confuso del disordine. Dentro l'arnia e fuori dell'arnia escono ed entrano, volando in modo timido e furtivo, le nere, allungate api predatrici, unte di miele; non pungono, ma evitano il pericolo. Prima le api volavano dentro soltanto cariche di bottino, e ne uscivano vuote, mentre adesso volano fuori con il bottino. L'apicultore apre la saracinesca di sotto e scruta nella parte inferiore dell'arnia. Invece dei neri grappoli di pingui api ammansite dal lavoro, appese l'una alle zampette dell'altra, intente a filare la cera nell'incessante brusio del lavoro, sul fondo e sulle pareti dell'arnia gironzolano smarrite, in varie direzioni api sonnolente e rinsecchite. Invece del lindo piancito spalmato di pròpoli e spazzato dalle ali delle api, sul fondo stanno sparse briciole di cera, escrementi di api, api semimorte che muovono appena le zampette, e altre definitivamente morte che nessuno s'è curato di portar via.
L'apicultore, allora, apre la saracinesca, superiore ed esamina la sommità dell'arnia. Invece delle file compatte di api che aderiscono a tutti gli intervalli dei favi e scaldano i figli, vede l'ingegnoso, complicato lavoro dei favi, ma il modo in cui si svolge non è più quello di prima. Tutto è trascurato e sporco. Le nere api depredatrici guizzano rapide e furtive in mezzo al lavoro; le api dell'arnia, rinsecchite,