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   Ma quale fondamento aveva l'ansia del conte Rastopčin circa la quiete pubblica a Mosca nel 1812? Cosa gli faceva credere che la cittą fosse incline alla sommossa? I civili partivano; le truppe, ritirandosi, riempivano Mosca. Perché questo avrebbe dovuto provocare tumulti nel popolo?   
   Non soltanto a Mosca, ma in tutta la Russia, all'entrata del nemico non accadde nulla che somigliasse a una rivolta. Il I° e il 2 settembre, a Mosca restavano pił di diecimila abitanti e, a parte gli assembramenti di folla nel cortile del comandante in capo, provocati, per di pił, da lui stesso, non accadde nulla. Č evidente che meno che mai ci si sarebbe dovuti aspettare dei torbidi popolari se dopo la battaglia di Borodino, quando l'abbandono di Mosca era divenuto evidente o almeno probabile, se allora Rastopčin, invece di eccitare il popolo con la distribuzione delle armi e con i suoi proclami, avesse preso misure per lo sgombero di tutti gli oggetti sacri, della polvere, delle munizioni e del denaro e avesse apertamente dichiarato al popolo che la cittą stava per essere abbandonata.   
   Rastopčin, un uomo focoso e sanguigno, che era sempre restato nelle alte sfere dell'amministrazione ad onta dei suoi sentimenti patriottici, non aveva la minima idea di quel popolo che credeva di dirigere. Fin dal momento in cui il nemico era arrivato a Smolensk, Rastopčin aveva assunto, nella propria immaginazione, il ruolo di guida del sentimento popolare, del «cuore della Russia». Non soltanto gli sembrava (come sembra a ogni amministratore) di governare gli atti esteriori degli abitanti di Mosca, ma gli sembrava anche di disciplinare i loro sentimenti con i suoi appelli e i suoi proclami scritti in quel linguaggio furbescamente plebeo che il popolo disprezza nel proprio ambiente e non comprende quando viene

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