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scelto da Rastopèin si rivelò del tutto assurdo. Improvvisamente egli si sentì solo, debole e ridicolo, senza terreno sotto i piedi.   
   Destato in piena notte, ricevendo il freddo e imperioso biglietto di Kutuzov, Rastopèin si sentì tanto più offeso quanto più si sentiva colpevole. A Mosca era rimasto proprio ciò che gli era stato personalmente affidato: tutti i beni di stato che egli avrebbe dovuto far sgombrare. Sgombrare tutto non era possibile.   
   «Di chi è la colpa, chi ha permesso che le cose arrivassero a questo punto?» pensava. «Non io, non c'è dubbio. Io avevo tutto pronto, Mosca l'avevo in pugno, eccome! Ed ecco a cosa ci hanno condotti! Farabutti, traditori!» pensava, senza sapere realmente chi fossero i farabutti e i traditori, ma sentendo il bisogno di odiare gli sconosciuti colpevoli della situazione falsa e ridicola in cui era venuto a trovarsi.   
   Durante tutta quella notte il conte Rastopèin continuò a impartire ordini, che gli venivano richiesti da tutte le parti di Mosca. Gli intimi non avevano mai visto il conte così tetro e adirato.   
   «Eccellenza, sono venuti da parte del direttore del demanio, da parte del direttore, per avere ordini... Dal concistoro, dal senato, dall'università, dall'ospizio dei trovatelli, il vicario ha mandato... domanda... Quanto al corpo dei pompieri, che cosa ordinate? Il direttore delle carceri... il direttore del manicomio...» per tutta la notte non cessarono di riferire al conte.   
   A tutte queste richieste il conte dava brevi e rabbiose risposte, che volevano esprimere come ormai i suoi ordini fossero inutili, che tutto ciò che lui aveva preparato con cura era stato ormai compromesso da qualcuno e che su questo qualcuno ricadeva tutta la responsabilità di quanto accadeva.   

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