della propria indispensabilità trova la più grande ricompensa al proprio lavoro e ai propri sforzi. È naturale che, finché il mare della storia è tranquillo, chi dirige la fragile scialuppa tenendosi attaccato con un gancio alla nave del popolo, e in tal modo si muove anche lui, debba avere l'impressione che siano i suoi sforzi a far muovere la nave a cui è attaccato. Ma basta che si levi la burrasca, che il mare si agiti e che la nave proceda più veloce, perché subito l'errore divenga impossibile. La nave procede col suo movimento autonomo e possente, il gancio non arriva più alla nave, e chi governa la scialuppa passa improvvisamente dal ruolo di dominatore, di fonte di forza, a quello di un insignificante, inutile e debole uomo.
Rastopèin lo sentiva questo, e questo, appunto, lo esasperava.
Il capo della polizia che era stato fermato dalla folla, entrò dal conte insieme all'aiutante che era venuto ad annunciare che i cavalli erano pronti. I due uomini erano entrambi pallidi e il capo della polizia, fatto rapporto dell'incarico eseguito, comunicò al conte che nel cortile s'era radunata un'immensa folla che chiedeva di vederlo.
Rastopèin, senza rispondere una parola, si alzò e attraversò a rapidi passi il suo lussuoso e luminoso salotto, si avvicinò alla porta del balcone, afferrò la maniglia, l'abbandonò di nuovo e andò alla finestra da cui si vedeva meglio tutta la folla. Il giovane alto stava in una delle prime file: diceva qualcosa con un viso severo, agitando in aria una mano. Il fabbro insanguinato gli stava accanto con aria cupa. Attraverso le finestre chiuse si udiva il brusio delle voci.
«È pronta la carrozza?» chiese Rastopèin, allontanandosi dalla finestra.
«È pronta, Eccellenza,» disse l'aiutante.