Rastopèin si avvicinò di nuovo alla porta del balcone.
«Ma che cosa vogliono?» domandò al capo della polizia.
«Eccellenza, dicono che si sono riuniti per andare, secondo i vostri ordini, contro i francesi; vanno urlando di chissà quali tradimenti. Ma è una folla di facinorosi, eccellenza. Io sono passato a stento. Eccellenza, ho l'ardire di proporre...»
«Siate così gentile da andarvene, so da me quel che devo fare,» gridò con ira Rastopèin.
Fermo dietro la porta del balcone, restò a fissare la folla. «Ecco che cos'hanno fatto della Russia! Ecco che cos'hanno fatto di me!» pensava, sentendo crescergli nel petto un'ira irrefrenabile contro la persona alla quale fosse possibile far risalire la responsabilità di quanto accadeva. Come capita spesso agli uomini impulsivi, l'ira si era impossessata di lui già prima che trovasse l'oggetto contro cui riversarla. «La voilà la populace, le lie du peuple,» pensava, guardando la folla, «la plèbe qu'ils ont soulevée par leur sottise. Il leur faut une victime,» pensò guardando il giovane alto che agitava il braccio. Lo pensò perché lui stesso aveva bisogno di una vittima, di un argomento alla propria collera.
«È pronta la carrozza?» domandò per la seconda volta.
«È pronta, Eccellenza. Che cosa ordinate a proposito di Veršèagin? È qui che aspetta all'ingresso,» rispose l'aiutante.
«Ah!» gridò Rastopèin come colpito da un ricordo inatteso.
E, aperta rapidamente la porta, uscì a passo deciso sul balcone. Il brusio cessò improvvisamente, la folla si tolse berretti e cappelli e tutti gli sguardi si rivolsero al conte che usciva.
«Buongiorno, ragazzi!» disse il conte in fretta e ad alta voce. «Grazie di essere venuti. Un solo momento, e sarò da voi, ma prima dobbiamo