occuparci di un delinquente. Dobbiamo punire il traditore che ha provocato la rovina di Mosca. Aspettatemi!»
E il conte ritornò altrettanto rapidamente nell'appartamento, sbattendo violentemente la porta.
Un mormorio soddisfatto di approvazione percorse la folla.
«Vedrai come li mette a posto, i delinquenti! E tu che pensavi ai francesi... lui sì che può risolvere la situazione!» diceva la gente come rimproverandosi reciprocamente la propria diffidenza.
Alcuni minuti dopo, dall'ingresso principale uscì un ufficiale che ordinò rapidamente qualcosa e i dragoni si schierarono sull'attenti. La folla che era sotto il balcone si spostò avidamente verso l'ingresso. Uscendo sulla scalinata a passi rapidi e irosi, Rastopèin si guardò intorno come cercando qualcuno.
«Dov'è?» disse e, mentre lo diceva vide spuntare da dietro l'angolo, in mezzo a due dragoni, un giovane con un lungo collo esile e con la testa rasata a metà, ma che già si ricopriva di capelli. Il giovane indossava un logoro pellicciotto di volpe, rivestito di panno turchino (che un tempo doveva essere assai elegante) e sudici calzoni da carcerato, infilati dentro a stivaloni sporchi e scalcagnati. Alle sue esili, deboli gambe, pendevano pesanti catene che gli impacciavano i passi indecisi.
«Ah!» disse Rastopèin, distogliendo in fretta lo sguardo dal giovane con il pellicciotto di volpe e indicando lo scalino più basso della scala dell'ingresso. «Mettetelo qui!»
Il giovane, sferragliando con i ceppi, salì faticosamente sullo scalino indicatogli; slargandosi con un dito il colletto del pellicciotto che lo stringeva, girò intorno due volte il lungo collo e, sospirando, incrociò sul ventre, con un gesto mansueto, le mani sottili non avvezze al lavoro.