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   Per alcuni secondi - quanto il giovane ci mise a sistemarsi sullo scalino - la folla restň in assoluto silenzio. Soltanto nelle ultime file, che si pigiavano tutte verso quel punto, s'udivano raschi di gola, gemiti, spintoni e scalpiccio di piedi.   
   «Ragazzi!» disse Rastopčin con una voce dal timbro metallico, «quest'uomo, Vereščagin, č il delinquente che ha provocato la rovina di Mosca.»   
   Il giovane con il pellicciotto di volpe stava immobile nel suo atteggiamento di sottomissione, con le mani incrociate sul ventre e la schiena un po' curva. Smagrito, deturpato dalla testa rapata, il suo giovane volto era rivolto in terra. Alle prime parole del conte egli sollevň lentamente la testa e lo guardň dal basso, come se desiderasse dirgli qualcosa o almeno incontrare il suo sguardo. Ma Rastopčin non lo guardava. Sul collo lungo e sottile del giovane una vena, dietro l'orecchio, si tese, divenne violacea; la faccia, improvvisamente, gli si fece rossa.   
   Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Guardň la folla e, come sconfortato dall'espressione che lesse su tutti quei volti, sorrise in modo timido e malinconico, poi abbassata di nuovo la testa, s'accomodň meglio coi piedi sullo scalino.   
   «Costui ha tradito il suo zar e la patria, si č consegnato a Bonaparte, č stato l'unico fra tutti i russi a disonorare il nome di russo e ora Mosca va in rovina per colpa sua» disse Rastopčin con voce monotona e stridula; ma qui, improvvisamente, diede una rapida occhiata in giů, a Vereščagin, che restava immobile in quel suo atteggiamento di sottomissione. Come se quella vista lo esasperasse, alzň il braccio e quasi si mise a urlare, rivolgendosi alla folla: «Pensate voi a far

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