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giustizia, ve lo consegno!»   
   La folla taceva, e non faceva che pigiarsi sempre più stretta. Stare gli uni contro gli altri, respirare in quell'afa pestilenziale, non poter muoversi e attendere qualcosa di ignoto, d'incomprensibile e di terribile diventava a poco a poco insopportabile. Quelli che stavano nelle prime file e che vedevano e sentivano tutto ciò che accadeva dinanzi a loro, con gli occhi sbarrati dal terrore e le bocche spalancate, tendevano tutte le forze cercando di resistere alla pressione di chi stava dietro.   
   «Dategli addosso!... Che muoia il traditore e non disonori il nome russo!» gridò Rastopèin. «Uccidetelo! Sono io che lo ordino!»   
   La folla non capiva le parole di Rastopèin, ma udiva solo il suono irato della sua voce, e fremeva, ondeggiava, ma poi di nuovo si fermava.   
   «Conte!...» nel silenzio che per un momento s'era di nuovo stabilito risuonò la voce timida e insieme teatrale di Verešèagin. «Conte, Dio ci vede tutti...» disse, sollevando la testa, e di nuovo gli si iniettò di sangue quella grossa vena sul collo esile e il rossore affluì rapidamente sul suo volto e subito si ritirò. Ma non finì di dire ciò che voleva.   
   «Uccidetelo! Sono io che ve lo ordino!...» urlò Rastopèin, che improvvisamente era impallidito come Verešèagin.   
   «Sguainare le sciabole!» comandò l'ufficiale ai dragoni, sfoderando la sciabola per primo.   
   Un'ondata ancora più forte percorse la folla e, arrivando sino alle prime file, spinse quelli avanti e li avvicinò ai gradini della scalinata. Il giovane alto, il volto di pietra e il braccio sollevato e immobile, si ritrovò accanto a Verešèagin.   
   «Colpite!» disse l'ufficiale ai dragoni, a bassa voce, e, a un tratto, un soldato con la faccia alterata dall'ira colpì Verešèagin con una

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