piattonata del fodero sulla testa.
«Ah!» gemette stupito Verešèagin, guardandosi attorno spaventato, come non comprendendo perché lo trattassero così. Lo stesso gemito di stupore e di orrore risuonò nella folla.
«Oh, Signore!» Si udì esclamare, dolorosamente, una voce.
Ma dopo quell'esclamazione di sorpresa Verešèagin mandò un grido di dolore, e quel grido lo perse. Quel limite del sentimento umano, teso all'estremo limite, che ancora tratteneva la folla, si spezzò di colpo. Il delitto era cominciato; bisognava portarlo a compimento. Il penoso lamento, denso di rimprovero, fu soffocato dal ruggito minaccioso e collerico della folla. Come quell'ultima, settima ondata che manda in pezzi la nave, quest'ultima, irrefrenabile, ondata partì dalle ultime file, giunse sino alle prime, le travolse e inghiottì ogni cosa. Il dragone che aveva già colpito fece per ripetere il colpo. Con un grido di terrore, facendosi schermo con le braccia, Verešèagin si lanciò verso la folla. Il giovane alto, con cui si scontrò, si avvinghiò con le mani al suo esile collo, e con un grido selvaggio cadde insieme con lui sotto i piedi della folla delirante.
C'era chi batteva e straziava Verešèagin, chi il giovane alto. E le grida delle persone schiacciate e di quelle che cercavano di salvare il giovane alto non facevano che eccitare ancor più la folla. Per molto tempo i dragoni non poterono liberare l'operaio insanguinato, battuto, mezzo morto. E per molto tempo, malgrado la fretta febbrile con cui la folla cercava di terminare l'opera ormai incominciata, quelli che colpivano, soffocavano e straziavano Verešèagin non riuscirono a ucciderlo; la folla spingeva da tutte le direzioni, e, in una massa omogenea che aveva loro al centro, oscillava di qua e di là senza dar loro la possibilità né di