finirlo, né di abbandonarlo.
«Dagli con l'accetta, con l'accetta!... L'avete schiacciato?... È un traditore, ha venduto Cristo!... È vivo ... Ha la pelle dura... Chi la fa, l'aspetti. Con l'ascia, su! ... Ma è ancora vivo?»
Solo quando la vittima cessò di dibattersi e alle sue grida succedette un monotono, prolungato rantolo, la folla cominciò ad avvicendarsi in fretta là dove giaceva il cadavere insanguinato. A uno a uno si avvicinavano, sbirciavano ciò che era stato fatto e quindi si accalcavano indietro con orrore, rimprovero e stupore.
«Oh, Signore, il popolo è una bestia, come poteva salvare la vita!» si udiva tra la folla. «Ed era giovane, poveraccio... veniva certo da una famiglia di mercanti, ma che gente!... Dicono pure che non sia stato lui... Ma come non è stato lui!... Oh, Signore!... Hanno massacrato pure un altro, dicono che stia per morire... Eh, il popolo!... Non c'è timor di Dio...», dicevano adesso le stesse persone, guardando con mesta compassione il cadavere con la faccia livida, lorda di sangue e di polvere e con un profondo squarcio sul sottile lungo collo.
Uno zelante funzionario di polizia, trovando sconveniente la presenza del cadavere nel cortile di Sua Eccellenza, ordinò ai dragoni di portare il corpo in strada. Due dragoni afferrarono il cadavere per le gambe mutilate e lo trascinarono via. La testa rasata, insanguinata e insudiciata di polvere, penzolando dal lungo collo, sobbalzava strisciando per terra. Il popolo rinculava, scostandosi dal cadavere.
Quando Verešèagin era caduto e la folla gli si era accalcata sopra, ondeggiando con un ruggito selvaggio, Rastopèin era improvvisamente impallidito e, invece di avviarsi all'ingresso di servizio davanti al quale lo aspettavano i suoi cavalli, a testa bassa, con rapido passo,