aveva imboccato il corridoio che portava alle stanze del piano terreno, senza sapere neanche lui dove andasse e perché. Aveva il volto mortalmente pallido e non riusciva a trattenere il tremito febbrile della mascella inferiore.
«Eccellenza, per di qua... dove andate?... Favorite da questa parte,» disse dietro di lui una voce tremante e spaventata.
Il conte Rastopčin non aveva la forza di rispondere; girandosi su se stesso obbedientemente, andņ nella direzione che gli veniva indicata. Davanti all'ingresso di servizio c'era la carrozza. Il rombo lontano della folla ruggente si sentiva fin lģ. Il conte Rastopčin salģ frettolosamente in carrozza e ordinņ di partire per la sua casa suburbana di Sokolniki. Arrivato in via Mjasnickaja, dove non arrivava pił l'urlo della folla, il conte avvertģ la prima sensazione di pentimento. Adesso ricordava con disagio l'agitazione e lo spavento che aveva mostrato di fronte ai suoi subordinati. «La populace est terrible, elle est hideuse,» pensava in francese. «Ils sont comme les loups qu'on ne peut apaiser qu'avec de la chair.» «Conte, Dio ci vede tutti!» Ricordņ d'improvviso le parole di Verečagin, e gli attraversņ la schiena una sgradevole sensazione di freddo. Ma fu questione di un attimo, e il conte Rastopčin sorrise con disprezzo di se stesso. «J'avais d'autres devoirs,» pensņ, «il fallait apaiser le peuple. Bien d'autres victimes ont peri et perissent pour le bien publique,» e si mise a pensare a quei doveri sociali che aveva nei confronti della sua famiglia, della sua (a lui affidata) capitale, e di se stesso, non gią in quanto Fėdor Vasil'evič Rastopčin (egli credeva che Fėdor Vasil'evič Rastopčin facesse sacrificio di sé pour le bien publique), ma a se stesso in quanto suprema autoritą cittadina, in quanto rappresentante del governo e plenipotenziario dello zar. «Se io fossi