col pensiero e la fantasia rivolti soltanto a ciņ che doveva accadere. Era diretto verso il ponte Jauzskij, dove gli avevano detto che si trovava Kutuzov. Aveva preparato nella sua mente gli irosi e pungenti rimproveri che avrebbe rivolto a Kutuzov per il suo inganno. Avrebbe fatto intendere a quella vecchia volpe di corte, che la responsabilitą di tutte le sciagure che avrebbe provocato l'abbandono della capitale, e della rovina della Russia (come pensava Rastopčin), ricadeva soltanto su una vecchia testa rimbambita. Rimuginando e pregustando ciņ che avrebbe detto a Kutuzov, Rastopčin si rigirava irosamente nella carrozza e lanciava di qua e di lą per la campagna sguardi stizziti.
La piana di Sokolniki era deserta. Soltanto sul fondo, vicino all'ospizio e al manicomio, si vedevano gruppi di persone vestite di bianco e, un po' isolate, altre persone in abiti bianchi che camminavano sulla piazza gridando e agitando le mani.
Una di esse veniva di corsa a tagliare la strada alla carrozza del conte Rastopčin. Il conte Rastopčin, il suo cocchiere e i dragoni guardavano tutti con un vago senso di curiositą e ribrezzo quei pazzi lasciati in libertą e, in particolare, quello che correva verso di loro.
Barcollando sulle sue lunghe, magre gambe, nel camice che svolazzava di qua e di lą, il pazzo correva a precipizio, senza staccare gli occhi da Rastopčin, gridandogli qualcosa con voce rauca e facendo segni perché si fermasse. Ricoperto di ispidi ciuffi di barba, tetro e solenne, il volto del pazzo era scarno e giallo. Le sue nere pupille d'agata guizzavano basse e inquiete nel giallo-zafferano delle cornee.
«Ferma! Aspetta! Obbedisci!» gridava con voce stridula, e poi di nuovo, ansimando, urlņ qualcosa con intonazioni e gesti persuasivi.
Raggiunse la carrozza e si mise a correrle accanto.