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esasperazione, non lontano dalla follia.   
   
   Erano ormai le due del pomeriggio. I francesi erano già entrati in Mosca. Pierre lo sapeva, ma, invece di agire, pensava unicamente alla sua impresa, passandone in rassegna tutti i minimi particolari futuri. Fantasticando in questo modo, non si prospettava al vivo né il modo in cui avrebbe colpito Napoleone, né la morte di lui, ma, con una straordinaria chiarezza e con una mesta volontà, si immaginava la propria fine e il proprio eroico coraggio.   
   «Sì, io solo per tutti; debbo farlo, o morire!» pensava. «Sì, mi avvicinerò... e poi, a un tratto... Con la pistola o con il pugnale?» pensava. «Del resto, fa lo stesso. Non sono io, è la mano della Provvidenza che ti punisce, - gli dirò (così si immaginava le parole che avrebbe pronunciato uccidendo Napoleone). Ma sì prendetemi, giustiziatemi,» diceva poi a se stesso con una malinconica ma ferma espressione in volto, chinando la testa.   
   Mentre Pierre, fermo in mezzo alla stanza, andava rimuginando questi pensieri, la porta dello studio si aprì e sulla soglia apparve la figura - completamente mutata - di Makar Alekseeviè, che fino a quel momento s'era mostrato sempre molto timido. La sua vestaglia era aperta. Il volto era rosso e alterato, evidentemente era ubriaco. Alla vista di Pierre, lì per lì si turbò, ma, notando un certo turbamento anche sulla sua faccia, subito si rincuorò e a passi barcollanti s'inoltrò fin nel mezzo della camera.   
   «Hanno tutti paura,» disse con voce rauca e confidenziale. «Io dico: non mi arrenderò; io dico... non è così, signore?» Si fece pensieroso e poi, all'improvviso, vedendo la pistola sul tavolo, l'afferrò con

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