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   «Est-il à Moscou? » disse Pierre, con faccia colpevole, quasi balbettando.   
   Il francese posò il suo sguardo su quell'espressione colpevole, e rise.   
   «Non, il fera son entrée demain,» disse, e continuò i suoi racconti.   
   La loro conversazione venne interrotta da alcune grida provenienti dal portone sulla strada, e dal sopraggiungere di Morel, che informò il capitano che gli ussari del Würtemberg erano arrivati e volevano sistemare i loro cavalli nello stesso cortile in cui stavano i cavalli del capitano. Quel trambusto era nato soprattutto perché gli ussari non capivano ciò che si diceva loro.   
   Il capitano ordinò che gli conducessero il sottufficiale più anziano, e con voce severa domandò a quest'ultimo a quale reggimento appartenesse, chi fosse il loro comandante, e in base a quale diritto si permettesse di occupare un alloggio già occupato da altri. Alle prime due domande il tedesco, che capiva male il francese, nominò il suo reggimento e il suo comandante; ma, all'ultima domanda, che non aveva capito, rispose, mescolando parole francesi storpiate al suo tedesco, che lui era appunto l'acquartieratore del reggimento e aveva avuto dal comandante l'ordine di occupare tutte le case in fila. Pierre, che sapeva il tedesco, tradusse al capitano ciò che diceva l'ussaro, e poi riferì in tedesco a quest'ultimo la risposta del capitano. Avendo inteso ciò che gli dicevano, il tedesco si arrese e portò via i suoi uomini. Il capitano uscì sull'ingresso e impartì degli ordini ai suoi soldati.   
   Quando tornò indietro nella stanza, Pierre era seduto allo stesso posto di prima, con la testa fra le mani. La sua faccia esprimeva una grande sofferenza. E in quel momento soffriva realmente. Quando il capitano era

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