uscito ed era rimasto solo, era improvvisamente tornato in sé e si era reso conto della situazione in cui si trovava. Non lo tormentava il fatto che Mosca fosse occupata, né che i vincitori felici vi spadroneggiassero, anche se tutto questo gli era molto doloroso. No, lo tormentava la coscienza della propria debolezza. Alcuni bicchieri di vino e la conversazione con quell'uomo cordiale avevano annullato la cupa concentrazione in cui aveva vissuto gli ultimi giorni, e che gli era indispensabile per realizzare il suo progetto. La pistola e il pugnale e l'armjak erano pronti. Napoleone arrivava l'indomani. Per Pierre era sempre utile e giusto uccidere il malfattore, ma sentiva che ormai non l'avrebbe più fatto. Perché? Non lo sapeva, ma aveva una specie di presentimento che non avrebbe tradotto in pratica le sue intenzioni. Lottava contro la coscienza della propria debolezza, ma sentiva confusamente che non l'avrebbe vinta, che quel cupo ordine d'idee - sulla vendetta, sull'assassinio e sul sacrificio di sé - in cui era stato immerso finora, era svanito in nulla al contatto della prima creatura umana che gli era capitato d'incontrare.
Il capitano entrò nella stanza zoppicando leggermente e fischiettando.
La parlantina del francese, che prima lo aveva divertito, adesso riusciva disgustosa a Pierre. La canzoncina che quello fischiettava, la sua andatura, il gesto con cui si lisciava i baffi, tutto adesso gli sembrava irritante e offensivo.
«Me ne vado e non dico una parola di più,» pensava Pierre, e intanto restava seduto sempre allo stesso posto. Una strana sensazione di debolezza lo inchiodava al suo posto: avrebbe voluto levarsi in piedi e andarsene, ma non poteva.
Il capitano, al contrario, sembrava molto allegro. Fece due volte il