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   Il conte rientrò dietro il tramezzo e si coricò. La contessa si avvicinò a Nataša, le toccò la testa con il dorso della mano, come faceva quando la figlia era ammalata, poi le sfiorò la fronte con le labbra come per sentire se avesse la febbre, e la baciò.   
   «Sei intirizzita. Tremi tutta! Dovresti andare a letto,» disse.   
   «A letto? Sì, va bene, ora vado a letto. Mi corico subito,» disse Nataša.   
   Da quando, quella mattina, le avevano detto che il principe Andrej era gravemente ferito e viaggiava con loro, solo in quel primo momento Nataša aveva fatto molte domande: dove? come? è ferito grave? posso vederlo? Dopo, però, che le avevano detto che era impossibile, per lei, vederlo, che era gravemente ferito, ma che la sua vita non era in pericolo, pur senza credere a quello che le dicevano, ma convinta com'era che qualunque cosa avesse chiesto, le avrebbero risposto sempre la stessa cosa, aveva cessato di far domande e di parlare. Per tutto il tragitto era rimasta immobile, seduta in un angolo della carrozza, con gli occhi spalancati - quegli occhi che la contessa conosceva bene e che tanto temeva - e nello stesso atteggiamento stava seduta ora sulla panca. La contessa sapeva bene che stava meditando qualcosa, che nel suo intimo stava decidendo o aveva già deciso qualcosa; ma di che cosa si trattasse non lo sapeva, e questo la spaventava e la tormentava.   
   «Nataša, spogliati piccola mia, mettiti nel mio letto!» (per la contessa soltanto era stato preparato un vero letto; m.me Schoss e le due signorine dovevano dormire sul pavimento, sopra dei giacigli di fieno).   
   «No, mamma, mi corico qui in terra,» disse con stizza Nataša , poi si avvicinò alla finestra e l'aprì.   
   Dalla finestra aperta i lamenti dell'aiutante si udirono ancora più

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