c'era il chiarore dell'incendio a Malye Mytišèi, a due verste di distanza, e risuonavano grida ubriache da una vicina bettola, che era stata messa a soqquadro dai cosacchi di Mamonov; mentre, incessante, si udiva il lamento dell'aiutante.
Nataša restò a lungo ad ascoltare, immobile, i rumori della casa e quelli che venivano da fuori. Ascoltò dapprima la preghiera e i sospiri della madre, il letto che scricchiolava sotto il suo peso, il noto, sibilante russare di m.me Schoss e il quieto respiro di Sonja. Poi la contessa la chiamò. Nataša non le rispose.
«Sembra che dorma, mamma,» rispose a bassa voce Sonja.
La contessa aspettò ancora qualche minuto, poi la chiamò di nuovo: ma nessuno, stavolta, le rispose.
Poco dopo Nataša udì il respiro regolare della madre addormentata. Nataša stava attenta a non fare il minimo movimento, sebbene il suo piccolo piede nudo, uscito fuori dalla coperta, le si gelasse sul freddo pavimento.
Come per cantar vittoria su tutti, da una fessura prese a stridere un grillo. Un gallo cantò in lontananza, altri, più vicini, fecero eco al suo canto. Nella bettola le grida s'erano azzittite, si udiva sempre, uguale, monotono, il lamento dell'aiutante. Nataša si sollevò sul giaciglio.
«Sonja, dormi? Mamma!» mormorò.
Nessuno rispose. Nataša si alzò lentamente in piedi e con cautela si fece il segno della croce e posò con precauzione il piede nudo, esile e flessuoso, sul freddo e sporco pavimento. Scricchiolò un'asse. Alternando rapidamente i piedini, Nataša fece alcuni passi di corsa, come una gattina, e s'aggrappò alla gelida maniglia della porta.
Aveva l'impressione che qualcosa di pesante, a colpi ritmici,