picchiasse contro le pareti dell'izba: era il suo cuore che batteva all'impazzata, sfinito dall'ansia, dal terrore e dall'amore.
Aprì la porta, varcò la soglia e avanzò sull'umida, fredda terra battuta dell'andito. Il freddo che la investì le diede una sensazione di sollievo. Tastò con il piede nudo un uomo che dormiva, lo scavalcò e aprì la porta dell'izba in cui giaceva il principe Andrej. In quell'izba c'era buio. In un angolo, in fondo, vicino al letto sul quale giaceva un corpo, c'erano, su una panca, i resti di una candela che s'era completamente consumata, sciogliendosi in un grosso fungo di cera.
Sin dalla mattina, quando le avevano detto della ferita del principe Andrej e della sua presenza lì, Nataša aveva deciso che doveva vederlo. Non sapeva perché dovesse farlo, ma sapeva che l'incontro sarebbe stato doloroso; e tanto più ora si convinceva che era necessario.
Per tutta la giornata era vissuta solo della speranza che di notte sarebbe riuscita a vederlo. Ma ora che era giunto il momento fu presa dal terrore di ciò che avrebbe visto. Era sfigurato? Che cos'era rimasto di lui? Era anche lui come quell'aiutante coi suoi continui, strazianti lamenti! Sì, era così. Nella sua immaginazione il principe era la personificazione di quell'atroce lamento. Quando le apparve quella massa confusa, nell'angolo, e scambiò le ginocchia di lui, sollevate sotto la coperta, per le sue spalle, si immaginò un corpo orrendamente sfigurato, e si fermò inorridita. Ma una forza invincibile la trascinava avanti. Fece con cautela un passo, poi un altro, e si trovò in mezzo alla piccola izba ingombra di oggetti. Sotto le immagini sacre era disteso un altro uomo (era Timochin), e in terra ne stavano coricati altri due (il dottore e il cameriere).
Il cameriere si sollevò sul letto e mormorò qualcosa. Timochin,