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che cosa gli fosse accaduto, e aveva capito di esser stato ferito, era stato quando la carrozza si era fermata a Mytišèi e lui aveva chiesto di esser portato nell'izba. Ricaduto nell'incoscienza per il dolore, si era riavuto un'altra volta nell'izba, quando aveva bevuto il tè; e lì, richiamandosi di nuovo alla memoria tutto ciò che gli era accaduto, più vivacemente di ogni cosa aveva ricordato proprio quel momento al posto di medicazione, quando alla vista delle sofferenze di un uomo da lui odiato, gli erano balenati nella mente pensieri mai prima avuti, annunziatori di felicità. E quei pensieri, anche se in modo poco chiaro, indefinito, si erano adesso nuovamente impadroniti della sua anima. S'era ricordato che per lui, adesso, c'era una felicità nuova, una felicità che aveva qualcosa a che vedere con il Vangelo. Per questo aveva chiesto il Vangelo. Ma la cattiva posizione cui avevano costretto la sua ferita, e poi quel nuovo rigirarlo, avevano confuso daccapo i suoi pensieri. Per la terza volta, infine, si ridestò alla vita nel silenzio assoluto della notte. Intorno a lui tutti dormivano. Un grillo strideva oltre il vestibolo, nella strada qualcuno gridava e cantava, gli scarafaggi frusciavano sul tavolo e sulle icone; una pesante mosca autunnale sbatteva contro il suo capezzale e intorno alla candela di sego, che finendo di bruciare accanto a lui, aveva formato un grosso fungo.   
   Il suo spirito era in uno stato anormale. Un uomo sano, di solito pensa, sente e ricorda un'innumerevole quantità di cose nello stesso tempo, ma ha il potere e la forza, una volta scelta una certa serie di pensieri o di fenomeni, di fissare su di essa tutta la sua attenzione. Un uomo sano, anche nel momento della più profonda meditazione, se ne può staccare per dire una parola cortese a qualcuno che entra, e poi tornare di nuovo ai suoi pensieri. Lo spirito del principe Andrej, invece, era, da

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