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sempre più fitti, sempre sfiorandola leggermente con le labbra.   
   «Il mio amore per te è più grande di prima, migliore di prima,» disse il principe Andrej, sollevando con la mano il volto di Nataša per poterla guardare negli occhi.   
   Quegli occhi, inondati di lacrime di gioia, lo fissavano timidi, pietosi, e gioiosamente amorevoli. Il viso magro e pallido di Nataša, con le labbra gonfie, era peggio che brutto, era orribile. Ma il principe Andrej non lo vedeva; vedeva quegli occhi raggianti, che erano meravigliosi. Alle loro spalle si sentirono delle voci.   
   Il cameriere Pëtr, che ormai era completamente sveglio, aveva svegliato anche il dottore. Timochin, che non aveva dormito neppure per un istante a causa del dolore alla gamba, già da un pezzo vedeva ciò che accadeva, e stava tutto rannicchiato sulla panca, attento a coprire con il lenzuolo il proprio corpo svestito.   
   «Che cosa c'è?» disse il dottore, sollevandosi dal suo giaciglio, «Vogliate allontanarvi, signora.»   
   In quello stesso mornento bussò alla porta una cameriera inviata dalla contessa, che nel frattempo si era accorta dell'assenza della figlia.   
   Come una sonnambula destata improvvisamente nel mezzo del suo sogno, Nataša uscì dalla stanza e, tornata nella sua izba, cadde sul letto singhiozzando.   
   Da quel giorno, per quanto durò ancora il viaggio dei Rostov, in tutti i luoghi di sosta e di pernottamento, Nataša non si staccò mai da Bolkonskij ferito, e il dottore dovette riconoscere che non si sarebbe mai aspettato da una ragazza né tanta fermezza, né tanta abilità nell'assistere un malato.   
   Per quanto terribile sembrasse alla contessa il pensiero che il

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