Vasilij, e gettò un'occhiata all'uditorio come per domandare se qualcuno avesse qualcosa da dire in contrario. Ma nessuno disse niente. «La prima capitale, la città di Mosca, la Nuova Gerusalemme, abbraccia il Cristo suo», e bruscamente accentuò la parola suo, «come una madre che stringa i suoi figli solleciti nell'abbraccio, e avvistando nella sopravvenuta oscurità la folgorante gloria della tua potenza, intona esultante: "Osanna, benedetto Tu che vieni!". E il principe Vasilij pronunciò queste ultime parole con voce di pianto.
Bilibin era tutto attento a osservarsi le unghie, e molti erano visibilmente intimiditi, come se si chiedessero qual'era il peccato da loro commesso. Anna Pavlovna ripeteva già in anticipo le parole, come una vecchietta che ripeta le parole della comunione: «Che l'arrogante e impudente Golia...» mormorò essa.
E il principe Vasilij continuò:
«Che l'arrogante e impudente Golia, dai confini della Francia, rechi pure, sulle terre russe, mortiferi orrori; la mite fede nostra, questa fionda del russo David, colpirà repentinamente la testa del suo sanguinario orgoglio. Questa immagine del santo Sergio, antico zelatore del bene della nostra patria, è offerta alla vostra imperiale maestà. Mi dolgo che le mie declinanti forze mi impediscano di contemplare la vostra dilettissima presenza. Innalzo fervide preghiere ai cieli affinché l'Onnipotente esalti la stirpe dei giusti ed esaudisca i pii desideri di Vostra Maestà.»
«Quelle forme! Quel style!» risonarono lodi per il lettore e l'autore.
Rinfrancati da questa lettura, gli ospiti di Anna Pavlovna parlarono ancora a lungo della situazione della patria, e avanzarono una quantità d'ipotesi sull'esito della battaglia che sarebbe stata ingaggiata a