Il significato dell'avvenimento che si andava compiendo allora in Russia era tanto più difficile da cogliere quanto più intima era la partecipazione che vi si prendeva. A Pietroburgo e nei governatorati lontani da Mosca, signore e uomini in uniforme della milizia piangevano sul destino della Russia e della capitale, parlavano di abnegazione e così via; ma nell'esercito che si stava ritirando oltre Mosca, quasi non si parlava, non si pensava neppure a Mosca e, guardando l'incendio che la devastava, nessuno giurava solennemente che se ne sarebbe vendicato sui francesi: tutti pensavano piuttosto al prossimo stipendio, alla prossima tappa, alla vivandiera Matreska e a cose del genere...
Senza nessuna aspirazione al sacrificio di se stesso, ma del tutto casualmente, solo perché la guerra lo aveva trovato in servizio, Nikolaj Rostov prendeva parte da vicino e quotidianamente alla difesa della patria; perciò guardava a quanto stava accadendo allora in Russia senza disperazione e senza trarne cupe conclusioni. Se gli avessero chiesto cosa pensava della presente situazione della Russia, avrebbe detto che non aveva niente da pensare, che per questo c'erano già Kutuzov e altri uomini, che però lui aveva sentito dire che sarebbero stati inviati dei rinforzi, e quindi, con ogni probabilità, ci sarebbe stato da battersi ancora a lungo; e che date le circostanze attuali non era difficile che entro un paio di anni gli affidassero il comando di un reggimento.
Proprio perché la pensava così, la notizia che lo trasferivano a Voronež per le operazioni di rimonta della sua divisione, fu da lui accolta senza il minimo rammarico di venir escluso dalle ultime fasi della lotta, ma anzi con un vivo piacere, che non tentò nemmeno di nascondere, e che i suoi compagni compresero perfettamente.
Alcuni giorni prima della battaglia di Borodino, Nikolaj ricevette