denaro e documenti necessari e, quindi, mandati avanti i suoi ussari, partì in vettura di posta alla volta di Voronež.
Soltanto chi ha potuto far esperienza di queste cose, ossia chi ha trascorso parecchi mesi di seguito in clima di guerra, può comprendere a fondo quale piacere provasse Nikolaj nel trarsi fuori dalla zona occupata dal grosso dell'esercito con i suoi foraggiamenti, i suoi convogli di provviste e gli ospedali. Quando, senza più soldati, né furgoni, né sudice tracce di vicini accampamenti, gli apparvero i villaggi coi contadini e le contadine, le case dei proprietari, i campi su cui pascolare il bestiame, le stazioni di posta con i guardiani addormentati, provò un'immensa gioia, come se vedesse tutto ciò per la prima volta. Quello che in particolare lo stupì e, per lungo tempo, continuò a rallegrarlo, furono le donne, giovani, sane, intorno alle quali non si scorgevano codazzi di ufficiali spasimanti; donne che erano felici e lusingate che un ufficiale di passaggio scherzasse con loro.
D'ottimo umore, Nikolaj, a tarda sera, arrivò alla locanda di Voronež, si fece servire tutto ciò di cui tanto a lungo s'era dovuto privare nell'esercito, e il giorno dopo, dopo essersi sbarbato con cura e indossata, dopo tanto tempo che non la indossava più, l'uniforme di parata, andò a presentarsi al comando.
Il comandante della milizia locale era un funzionario civile col grado di generale, un uomo anziano evidentemente molto fiero del suo titolo e del suo grado di militare. Accolse Nikolaj con aria irritata (pensava che questa fosse una caratteristica dei militari); e lo interrogò con gran sussiego, come se avesse il diritto di farlo, e come se fosse suo compito approvare o disapprovare, dopo un attento esame, l'andamento generale delle cose. Nikolaj era così allegro che questo fatto lo divertì.