anche se un po' in ritardo (ma aveva già pronta una frase di scuse: «vaut mieux tard que jamais»), arrivò in casa del governatore.
Non era un ballo, né era stato detto che si sarebbe danzato: tutti sapevano, però, che Katerina Petrovna avrebbe suonato al clavicembalo valzer ed écossaises e che si sarebbe danzato; tutti, quindi, contando su questo, erano convenuti in tenuta da ballo.
La vita di provincia, nel 1812, era quella di sempre, con la sola differenza che, nei capoluoghi, c'era più animazione del solito in seguito all'arrivo di molte famiglie ricche da Mosca, e che, come in tutto quello che avveniva in Russia in quel tempo, si avvertiva nell'aria una particolale baldanza e spensieratezza: «ho l'acqua alla gola - al diavolo, su con la vita!», mentre anche in quelle banali conversazioni a cui non si può mai sottrarsi, e che prima, di solito, riguardavano il tempo e i comuni conoscenti, adesso invece gli argomenti principali erano Mosca, l'esercito e Napoleone.
La società riunita in casa del governatore era la migliore di Voronež.
C'erano molte signore, alcuni conoscenti moscoviti di Nikolaj, ma tra gli uomini non c'era nessuno che potesse in qualche modo rivaleggiare con il cavaliere di San Giorgio, l'ussaro incaricato della rimonta, il sempre gentile e cortese conte Rostov. Tra gli uomini c'era anche un italiano prigioniero, ufficiale dell'esercito francese, e Nikolaj sentiva che la presenza di costui metteva ancor più in risalto il suo prestigio di «eroe» russo. L'italiano era come un trofeo. Nikolaj lo sentiva e gli sembrava che tutti gli altri considerassero l'italiano a quel modo, cosicché, da parte sua, trattava l'ufficiale prigioniero con grande affabilità e riserbo.
Non appena era entrato con la sua uniforme smagliante di ussaro,